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L'adescatrice

 

Una mantide religiosa. Attira e seduce per poi sferrare un attacco mortale. E non ha affatto l’aria lubrica di una prostituta che invita il passante scostante con movimenti allusivi.

 

Se Gesù invita Simone a divenire pescatore di uomini, il diavolo corrompe il debole con l’esca malorum avviandolo alla dannazione. Lei è quell’esca vivente.

 

Suo padre e sua madre parlavano in dialetto ed erano ruvidi ed imponenti. Allevavano bestiame in una zona fredda e sperduta, su un fondo valle esposto al sole poche ore al giorno. In quella gola stretta e inospitale la mattina apriva la finestra e vedeva un paesaggio desolato di calanchi. Niente a che fare con quelli maestosi e surreali nel Parco Nazionale delle Badlands in Sud Dakota, che disegnano in cielo guglie frastagliate somiglianti alla sommità della cattedrale di Milano. La loro casa infossata dove la strada terminava. In paese la chiesa e lapidi bianche tutt’attorno. Le mancava l’aria.

 

Era nata rana pescatrice, con un naso lungo e contorto e un petto piatto come una tavola da surf. Ascoltava ‘California Dreamin’ dei Mamas and Papas mentre con una diabolica lucidità mentale, una perfetta consapevolezza di sé e delle cose, pianificava il futuro.

 

La pelle fresca fa gola a tutti anche se non portata da una gran bellezza. Il panettiere flaccido del borgo, con le mani fredde e sudate, i capelli radi, lunghi e unti, le offriva un pancake mentre le infilava una mano sotto la sottana. Lo lasciava fare. Sposato. Due figlie. Cinquant’anni tondi quanto il suo ventre. Ricattandolo gli estorse, non senza incontrare reticenze, un soggiorno in clinica da cui ne uscì con un nasino alla francese.

 

Dal fare pulizie delle camere in motel divenne segretaria in uno studio legale. Quel grande telefono squillava di continuo. L’avvocato era scrupoloso, smilzo come un fuscello, rigoroso. Con i capelli grigi e folti baffi. Movimenti convulsi e involontari: strizzava gli occhi, piegava la testa di lato, si schiariva la gola e ripeteva ‘thus’ prima di ogni frase. La moglie aveva una chioma ossigenata biondo platino, lunga, vaporosa e cotonata dietro ad un cerchietto. Era avvezza ad incursioni eccentriche in cui si strusciava al marito scostante sussurrandogli ‘darling’, per poi andare al mare da sola coi bambini. Un pesce difficile da far abboccare il leguleio. Ma con condiscendenza, sguardi simulatamente adoranti, silenzi ossequiosi, un candore verginale, lo abbindolò. Tanto che arrivò a farsi foraggiare l’intervento che le consentì di vantare un’apprezzabile mensola frontale. Ma gli sfoghi umorali della moglie la indussero a svignarsela.

 

Cambiò stato. Una giornata piovosa. Alla stazione dei treni incrociò un tipo insignificante, con un’austera ventiquattrore in pelle nera.  L’individuo estrasse un plico su cui scorse ‘Johnson v. Garcia’ e capì che di avvocato si trattava. Vestiva un abito dalle stampe psichedeliche, una collana di conchiglie e delle vertiginose zeppe. Fece cadere ai suoi piedi i Ray-Ban per attaccare bottone. Il discorso sapientemente limato di una sfortunata ex segretaria in cerca di impiego e il gioco era fatto.

 

Approdò ad uno studio con tre soci ben avviato. Uno era alto, virile, con la barba incolta. Al primo sguardo l’aveva ammaliata. Totalmente esente da scrupoli e turbamenti le provò tutte, badando bene a non essere scoperta dagli altri. Ma era come rimbalzare contro un muro di gomma. L’adone la ignorava. Svicolava.

 

La verità, come sempre, si trova a metà strada tra quello che si pensa e quanto sanno gli altri. Ma nel suo caso più che i sentimenti ad essere ferito fu l’orgoglio. Irrequieta e smarrita, non vedeva luce. Ma si impose di abbandonare la valle di lacrime e puntò al più debole dei tre, il primo in cui aveva incocciato, lo scialbo, che le sue parole trasformarono nell’uomo più intelligente, colto, cortese, capace, che avesse mai incontrato. Andò a segno al primo tentativo. Anello al dito. Viaggi trendy. Due figli maschi, uno dietro l’altro. Che da poppanti mancava poco pretendesse si cambiassero il pannolino e si preparassero il biberon. A dodici anni si facevano il bucato e si pulivano le scarpe.  

 

La carne è debole. Il marito danaroso trovò un’amante. Lei ci pensò: non voleva essere da meno ed elaborò un piano per approfittarne. Involontario complice l’amico, il terzo avvocato dello studio, of course. Una domenica in cui il fedifrago raggiunse l’innamorata parando innanzi un improvviso ed improrogabile intoppo di lavoro, lei lasciò i figli soli e partì un giorno intero col suo nuovo ‘amore’. Un biglietto: “Sono con Blake”. La sera di ritorno a casa, trovò David in cucina ad aspettarla, che impugnava un coltellaccio: ‘I kill you’. Destinazione ospedale. Matrimonio finito. Casa a lei. Figli in collegio fuori dai piedi.

 

Iniziò quindi una stagione degli amori con il di lui socio che si staccò in uno studio suo. Tubavano come piccioncini, il padre di quattro figli maschi e l’allegra divorziata. Gite ovunque, ristoranti. Un nuovo matrimonio. Ma lei voleva liberarsene traendone tutto il vantaggio consentito. Lui incarnava uno strumento di cui si era servita per un obiettivo raggiunto ed archiviato. Tra una moina e l’altra e sesso, sesso e ancora sesso, dopo un anno lo condusse tra le braccia mortali di un infarto. Quindi un’altra casa e l’assicurazione. E una vita libera ed allegra, senza più vincoli e mariti.

 

© Riproduzione riservata    

Tratto dall'intervista a Susan

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