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Lo aveva nel sangue

 

Lo aveva nel sangue. Si chiamava Bianca, ma la sua anima era scarlatta come brace ardente. Nata in un paesino di campagna del profondo Nordest. In una casina di un agglomerato di tre col muro divisorio in comune, sul fondo di una stretta stradina sterrata, da una famiglia contadina dove la miseria penetrava fin dentro le ossa. Un fratello, Valter.

 

Era bellissima. Lunghi capelli dorati come spighe di grano nel mese di giugno, raccolti in un morbido chignon, occhi di un castano caldo, uno sguardo deciso e profondo che ti trafiggeva. Un seno prosperoso che metteva in mostra all’occorrenza con profonde scollature. Un corpo tondo. In paese era conosciuta come quella che ci stava con tutti sull’argine del canale. Andava in giro in moto con un ragazzo alla guida e un altro in sella, dietro di lei.

 

Inizialmente usava il suo corpo. Poi, racimolato abbastanza denaro, a poco più di vent’anni si trasferì in città dove comprò un appartamento al secondo piano in un palazzo in centro, abitato da famiglie della media borghesia. E iniziò ad usare il corpo di altre. Negli anni Sessanta, a ventisette anni, aveva messo in piedi una fiorente casa di piacere, dove vendeva per lo più minorenni. Una rinomata maîtresse. Per le scale e nel piccolo ascensore un continuo via vai di adolescenti e uomini. Tanti uomini. Di ogni estrazione e aspetto.

 

Una ragazzina che viveva al terzo piano incrociò un giorno una sua ex compagna di classe che saliva. Quindici anni. “Che fai qui? Da chi vai?” “Da Bianca”. Non proferì più parola pensando “Questa si dà”. Poco dopo scappò un cane dall’appartamento con ingresso dallo stesso pianerottolo. I due figli dell’inquilino seguirono il meticcio. La bestiola si infilò dalla signora come un fuso. Entrarono quindi nella casa trovando un mondo nuovo, di giovani che vagavano nude. Qualche gridolino di donna. Gemiti maschili. Un seno ondeggiante a pochi centimetri dal volto di un piccino. Una carezza lasciva su una guancia. Una corsa dietro all’animale e nell’afferrarlo un piegamento che mise in mostra ‘ciò che non si dice’.

 

E di ritorno l’innocente, otto anni, raccontò, lasciando ammutolito il padre. Il fratello di dieci zitto, dava gomitate all’altro. Il silenzio, poi il putiferio. Un agguerrito fronte di padri e madri in una feroce battaglia per cacciare ditta e dipendenti. L’attività si dovette trasferire. Negli anni un peregrinare da un alloggio all’altro.

 

La quindicenne della palazzina crebbe. L’ultima notizia dieci anni dopo su un quotidiano che le mostrò il fratello. La ruffiana in città. In casa sua, ovunque, salotti rosa.

 

© Riproduzione riservata    

Tratto da quattro testimonianze dirette.

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