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Mammona
“Più che il Dio Trino preferisco il Dio Quattrino”, avrebbe detto Pasolini. Il Dio Denaro, Mammona o, secondo la traduzione più recente dei Vangeli di Matteo e Luca, la Ricchezza, si è dimostrato un maestro nel raccogliere nuovi adepti fin dalla sua comparsa, intorno all’VIII secolo a.C..
Le associazioni di idee che conducono a desiderarlo ammorbano soltanto i pensieri della specie umana e possono essere le più disparate: il corpo di un’attraente giovane donna nuda, una lussuosa villa con cocktail bar, piscina e vista, una fantastica e costosissima vacanza sull’isola tropicale di Bora Bora nella Polinesia Francese, un prestigioso Rolex in oro tempestato di diamanti, una Ferrari rosso fiammante che cattura l’attenzione di qualunque mortale vedente.
(Buona) parte degli esseri umani (accomunati in questo indipendentemente da ceto, cultura, reddito) è disposta a commettere azioni bizzarre o biasimevoli e ad assumere condotte non edificanti per accaparrarsene una modica quantità: vendere il proprio corpo a sconosciuti, farsi filmare mentre si compiono atti sessuali, mentire, rubare, truffare, evadere, scommettere, spacciare, contrabbandare, estorcere, commissionare un omicidio o compierlo direttamente. Fanno condizionare drasticamente la propria esistenza dalla ‘roba’, senza preoccuparsi troppo di sentimenti e relazioni umane.
Ci si scandalizza dell’aumento di stipendio di Tridico, che come Presidente con grandi responsabilità di un ente pubblico percepisce un’indennità ben al di sotto della media reddittuale dei dirigenti della pubblica amministrazione, scordandosi della truffa al Servizio sanitario nazionale imbastita dall’ex Presidente Inps Mastrapasqua. Era, nel contempo, Direttore generale dell'ospedale Israelitico di Roma. Per farlo arricchire, in combutta con altri dirigenti, tramite artifici e raggiri caricava sul bilancio regionale prestazioni non accreditate erogate dal nosocomio dell’isola tiberina. Quando la talpa in Regione Lazio lo preavvisava sulle date delle ispezioni regionali alla struttura, alla sua affermazione "Adesso facciamo un po' di Cinecittà!" seguiva un fulmineo quanto laborioso siparietto per mascherare ai controllori tutta la sfilza di irregolarità.
Fabrizio Corona aveva occultato addirittura 1,7 milioni di euro – guadagnati rigorosamente in nero - nel controsoffitto dell’appartamento milanese di una sua ex collaboratrice, per sottrarli al fisco italiano. Altri 900 mila euro in una cassetta di sicurezza in Austria, con lo stesso proposito. Ma quanti sono e sono stati a ricorrere ai paradisi fiscali o stratagemmi vari per sottrarre denaro e patrimoni all’erario? Il Ministero dell’Economia e delle Finanze stima un’evasione fiscale in Italia di 110 miliardi all’anno. Solo il superpotere del confinamento forzato dovuto al Covid è riuscito, da studi della CGIA, a far diminuire l’evasione di un quarto secco. Ovviamente, con la fine del lockdown, bentornate vecchie dilette abitudini!
Poi ci sono gli equivoci surreali dichiarati dai legali del cardinal Becciu. Che cardinale rimane, sebbene abbia rinunciato ai diritti legali derivanti dalla porpora. Si parla di un vero e proprio metodo Becciu che, arrivato alla Segreteria di Stato, avrebbe dirottato i soldi delle elemosine e donazioni (l’obolo di San Pietro, quelli dell’8‰ e altri provenienti della CEI) per investirli in fondi speculativi e verso cooperative gestite dai suoi fratelli. Dal 2013 avrebbe girato 600 mila euro a fondo perduto alla cooperativa Spes del fratello Tonino, che collaborava con la Caritas di Ozieri. Utilizzato fondi del Vaticano per la Angel’s Srl che ha come rappresentante legale e socio di maggioranza al 95% il fratello Mario, professore di Psicologia all’Università Salesiana di Roma. Nel mirino della gendarmeria vaticana, inoltre, decine di compravendite immobiliari milionarie all’estero da lui curate, in particolare l’acquisto di immobili di pregio a Londra, in collaborazione con alcune società sospette inglesi, che avrebbero partecipato al business.
Anche in passato non sono mancati intrallazzi fra privati e Vaticano. Chi non ricorda la vicenda di Roberto Calvi, Presidente del Banco Ambrosiano, ‘Il banchiere di Dio’, che si impiccò o finì impiccato (secondo ipotesi dell’epoca) sotto il ponte dei Frati neri nel cuore di Londra? La magistratura italiana tentò invano di rinchiudere dietro le sbarre per il crac del Banco Ambrosiano il corpulento arcivescovo e presidente dello Ior, Paul Casimir Marcinkus, detto ‘Chink’ (la crepa), punto di riferimento romano per gli americani. Nel 1972 si fece il suo nome nell’indagine della Vatican connection: il Vaticano avrebbe acquistato dalla mafia titoli azionari falsificati. Lui venne prosciolto ma iniziò la sua cattiva fama. Roberto Calvi, sotto l’egida della loggia P2, aveva facile acceso in Vaticano e lo Ior di ‘Chink’ entrò in affari con lui. Per undici anni la banca vaticana fu intermediaria in transazioni per centinaia di milioni di dollari dalle società fantasma di Calvi a paradisi fiscali. E pensare che i neo assunti dell’Ambrosiano dovevano presentare il certificato di battesimo e un attestato di fede rilasciato dal parroco della parrocchia di appartenenza…
Oggi però scalpore e tam tam mediatico sono prerogativa delle macchine da guerra che sponsorizzano prodotti e vendono la propria immagine – e la propria anima - e quella della famiglia. Se ciò comporta foto osé, volgari, scioccanti, di cattivo gusto, blasfeme, che fanno del frivolo l’irrinunciabile ed essenziale come l’aria che respiriamo, poco importa. Che la gente parli bene o male, fa niente, è sempre pubblicità gratuita e, di riflesso, baiocchi facili. Alla loro fama contribuisce complice chi asseconda le loro astuzie mentre dovrebbe garantire il rispetto delle regole, concedendo loro di fare quanto ai comuni mortali è severamente vietato da cartelli a caratteri cubitali e arcigni e irremovibili sorveglianti. Ma le eccezioni spudorate in nome della pecunia non creano precedenti? Non costituiscono pessimo esempio? L’ordine nella nostra società non si basa su norme e sul loro rispetto?
Passando a livello internazionale, il presidente Trump, secondo una denuncia del New York Times, per buona parte degli ultimi quindici anni non avrebbe pagato le tasse federali e soltanto 750 dollari nel 2016 e 2017. Tutto legale e giustificato da sconti fiscali di cui, comunque, alcuni legati a spese molto singolari: 700 mila dollari per consulenze per l’ex moglie Ivana, 70 mila dollari per la cura della sua capigliatura platino, 95 mila dollari per il parrucchiere di sua moglie.
Sembra che chi è ricco sappia tirar fuori il peggio di sé per far lievitare il gruzzolo, forte dei propri mezzi. Inoltre, il sistema non fa che accrescere diseguaglianze con cachet spropositati per calciatori e star del cinema, come se dalle loro prestazioni dipendesse la sopravvivenza del genere umano. Neanche fossero Avengers. Pure le parcelle di notai, avvocati, architetti, ingegneri, parecchi (non tutti) medici, non scherzano. Giustificate, a detta loro, dal loro duro e lungo percorso di studi e dalle responsabilità che gravano sulle loro spalle. Fino a un certo punto, diciamo noi.
“Homo tam avidus est, qui pecunia facile corrumpit”, direbbero gli avi latini. Non passa mai di moda.
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Fonti:
https://bit.ly/2HydSB6
https://bit.ly/3kGpWyu
https://bit.ly/2G3DlBT
https://bit.ly/3ifChrz
https://bit.ly/30gnWFd
https://bit.ly/343yuZD
https://bit.ly/2Gh5cOY
https://bit.ly/36mens6
https://bit.ly/2Ghvxwa

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